1

|

Libero Pensiero

Non era tutto più facile. Ma era possibile

Orange Flower

Ai giovani, con franchezza.

Oggi Sfera pubblica il primo numero di questo periodico. Dopo tanti anni di lavoro, spesso in posizioni di responsabilità, ho voluto realizzare un’idea che avevo da tempo: mettere insieme professionisti diversi — avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, manager, studiosi — e creare un luogo dove le competenze possano dialogare tra loro.

Le aziende oggi sono organismi complessi. Non basta più una sola competenza per comprenderle o accompagnarle, anche nei momenti difficili. Servono visioni diverse, discipline diverse, sensibilità diverse.

È questo lo spirito di Sfera Pubblica: una comunità di professionisti di alto profilo che possano aiutare le imprese a leggere meglio la realtà e a percorrere le proprie strade, se non in discesa, almeno su un terreno meno accidentato.

Ma questo primo numero non voglio dedicarlo alle imprese.

Lo voglio dedicare ai giovani.

Perché alla mia età, dopo una vita di lavoro, una cosa la capisci chiaramente: ogni generazione racconta la propria storia come se fosse stata la più difficile. Ma la verità è che le condizioni cambiano, e alcune generazioni hanno avuto strade più aperte di altre.

Dal Dopoguerra in poi, le generazioni nate da chi quella guerra l’aveva vissuta sono state, nel complesso, fortunate.

Partire dal nulla e costruire qualcosa era difficile, certo. Ma era possibile.

Trovare un lavoro, inventarsi un mestiere, creare un’impresa: erano percorsi faticosi ma percorribili.

Chi ha potuto studiare ha avuto ancora più opportunità.

Abbiamo lavorato molto, questo è vero. Spesso abbiamo rinunciato a tante cose. Molti di noi hanno goduto davvero dei frutti del lavoro solo negli ultimi anni della vita. Ma sapevamo perché lo facevamo: costruire una vita dignitosa.

Ricordo bene quando 2.000.000 di lire al mese — mi piace scriverlo proprio così, con i numeri — permettevano di vivere bene.

Una casa, magari in affitto o con il mutuo.

Una macchina.

Le comodità per la casa.

Una vacanza d’estate e magari una d’inverno.

Qualche svago, vestiti, una vita normale insomma.

Se non potevamo permettercelo subito, esistevano le cambiali.

Gli assegni postdatati.

Strumenti che oggi sembrano archeologia finanziaria, ma che permettevano di anticipare un sogno e pagarlo nel tempo perché potevamo aggiungere una rata per un debito contratto.

Raramente rinunciavamo.

E chi passava da due milioni a cinque milioni al mese… beh, quello era considerato ricco.

Oggi la realtà è diversa.

Con 1.000 euro al mese non si riesce semplicemente a costruire una vita autonoma. Non è una questione di stili di vita: è matematica.

Eppure i giovani vengono spesso accusati.

“Bamboccioni”, si è detto.

Ragazzi che restano a casa con i genitori perché fa loro comodo.

Ma chi usa queste parole ha mai fatto davvero i conti alla fine del mese con uno stipendio del genere?

Si dice anche: i giovani non hanno voglia di lavorare.

Ma quando lavoravamo noi, cosa ricevevamo in cambio?

Quali prospettive avevamo davanti?

E poi c’è il grande racconto che molti di noi hanno fatto ai figli:

«Studia. Laureati. Devi farlo anche per me, perché io non ho potuto».

Ma siamo sicuri che fosse sempre solo questo?

Nel caso dei figli di imprenditori, per esempio, non c’era forse anche un’altra verità, meno confessabile?

La paura di trovarseli troppo presto in azienda.

La paura di perdere un ruolo, uno spazio, una creatura che per anni è stata quasi un’altra figlia.

Così li abbiamo mandati a studiare.

Poi un master.

Poi magari un altro percorso ancora.

Qualche anno in più lontano dalla realtà.


E quando finalmente sono tornati e ci hanno chiesto:

“Allora, adesso cosa faccio?”

Spesso non avevamo (e ancora oggi, non abbiamo) una risposta chiara.

Ecco perché voglio dire una cosa ai giovani, con la sincerità che l’età permette.

Il mondo che avete davanti è più complicato di quello che abbiamo trovato noi. Questo è un fatto. Non una lamentela.

Ma c’è anche un’altra verità: le generazioni nuove hanno una libertà mentale che la nostra spesso non aveva.

Non siete obbligati a fare le stesse cose che abbiamo fatto noi.

Non siete obbligati a ripetere gli stessi percorsi.

Potete inventarne altri.

Il compito di chi ha la mia età non dovrebbe essere quello di giudicarvi, ma di aprirvi spazi, raccontarvi gli errori che abbiamo fatto e, quando serve, farci da parte.

Se questo periodico avrà un senso, sarà anche questo: mettere in dialogo esperienze diverse, generazioni diverse, competenze diverse.

Ogni tanto, tornerò su queste pagine e per chi vorrà sono anche disponibile a incontrarlo.

Non lo farò da maestro, non lo farò da professore.

Semplicemente lo farò come qualcuno che ha lavorato molto, ha visto tante situazioni e pensa che la cosa più utile, a un certo punto della vita, sia dire la verità con semplicità.

Soprattutto ai giovani.

Download

Download