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Benessere
Innovazione tecnologica in medicina: la sostenibilità del progresso

Autore:
Marco Riva


«La medicina è una scienza dell'incertezza e un'arte della probabilità».
William Osler scriveva questa frase quando la tecnologia in sala operatoria si limitava a un bisturi e a una lente d'ingrandimento. Oggi quella incertezza convive con robot chirurgici, intelligenza artificiale diagnostica, sistemi di acquisizione di immagini radiologiche in tempo reale capaci di sovrapporre l'anatomia del paziente a un'immagine tridimensionale in tempo reale. Ci si potrebbe illudere che l'incertezza sia infine vinta. Non lo è: si è soltanto spostata, e con essa la domanda che ogni innovazione porta con sé: non «cosa possiamo fare?», ma «cosa dobbiamo, davvero, offrire al paziente che abbiamo di fronte?».
Il verbo latino innovare significa, alla lettera, rinnovare qualcosa che già esiste: in più novus, portare il nuovo dentro una forma precedente. Non è dunque sinonimo di invenzione - che presuppone la creazione di qualcosa che prima non c'era - ma di trasformazione di ciò che già esiste, affinché serva meglio uno scopo che resta immutato. In medicina quello scopo non cambia da millenni: curare, guarire, alleviare. La tecnologia innova gli strumenti con cui perseguiamo questo scopo, non lo scopo stesso. Confondere i due piani - pensare che l'innovazione tecnologica sia essa stessa il fine, anziché il mezzo - è il primo rischio che corre chi lavora a stretto contatto con macchine e software sempre più sofisticati.
Il progresso tecnologico degli ultimi trent’anni ha ridisegnato ciò che era pensabile in diverse discipline chirurgiche. Per quanto concerne, per esempio, diverse innovazioni tecnologiche, dal microscopio operatorio, a sistemi di navigazione intra-operatoria e di monitoraggio delle funzioni neurologiche più eloquenti, hanno spostato, in modo misurabile, l'esito clinico: meno complicanze, degenze più brevi, recuperi funzionali migliori. Qui l'innovazione ha mantenuto la sua promessa più antica, quella di ampliare ciò che possiamo fare per la persona che abbiamo in cura.
Ma la promessa non si esaurisce nella sala operatoria. Ogni tecnologia che entra in un sistema sanitario porta con sé un costo che non si riduce al prezzo d'acquisto: la formazione del personale, la manutenzione, l'obsolescenza programmata, l'infrastruttura che la rende utilizzabile. Un robot chirurgico mai realmente integrato nei percorsi clinici non è innovazione: è un costo affondato travestito da modernità. La sostenibilità - termine spesso ridotto a slogan - qui significa qualcosa di molto concreto: la capacità di un sistema di rendere un'innovazione realmente disponibile, in modo equo, a chi ne ha bisogno, non soltanto a chi può permettersela o a chi lavora nel centro che l'ha acquistata.
Questo è il punto in cui la tecnologia rischia di produrre l'effetto opposto a quello promesso: anziché ridurre le disuguaglianze nella cura, le amplifica. Una chirurgia più precisa per pochi non è, di per sé, un progresso della medicina come sistema: lo diventa solo se quella precisione si traduce, nel tempo, in un miglioramento diffuso, trasferibile, sostenibile per il sistema che deve sostenerla economicamente e organizzativamente negli anni a venire.
C'è infine una terza sostenibilità, meno discussa ma non meno reale: quella della relazione clinica. Ogni minuto che la tecnologia ci fa risparmiare in precisione tecnica è un minuto che possiamo restituire alla persona, al colloquio, alla spiegazione - oppure un minuto che il sistema riassorbe in altro, in nome dell'efficienza. La domanda che ogni innovatore in medicina dovrebbe porsi non è soltanto se una tecnologia funziona, ma se il tempo che libera viene restituito al paziente o sottratto a lui una seconda volta, sotto altra forma.
Non esiste una formula che stabilisca, in anticipo, quando un'innovazione sia davvero un progresso e quando sia soltanto una sofisticazione costosa. Esiste, di nuovo, una postura: quella di chi valuta ogni nuovo strumento non per la sua novità, ma per la sua capacità di servire, in modo duraturo ed equo, lo scopo che la medicina persegue da sempre. Il bisturi, il robot, l'algoritmo che ci suggerisce una diagnosi sono innovazioni soltanto se, alla fine del percorso, restituiscono a una persona qualcosa che prima non aveva: tempo, funzione, dignità. Altrimenti sono soltanto strumenti nuovi in mani vecchie.