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Libero Pensiero
Il vero spreco delle aziende: ignorare l’esperienza

Autore:
Michele Canditone


Nel dibattito sul lavoro si parla continuamente di giovani. Di come attrarli, motivarli, trattenerli. È diventato quasi un riflesso automatico. Nel frattempo, però, le aziende stanno commettendo un errore strategico evidente: stanno ignorando, quando non marginalizzando, chi ha più esperienza.
È una scelta miope.
Negli ultimi anni si è diffusa una narrativa tanto comoda quanto superficiale: l’innovazione appartiene ai giovani, mentre l’esperienza è sinonimo di rigidità. È una semplificazione che piace perché è facile da raccontare, ma che nella realtà produce organizzazioni più deboli.
L’esperienza non è nostalgia del passato. È capacità di riconoscere schemi, di leggere segnali deboli, di evitare errori già visti. È velocità decisionale basata su profondità, non su istinto. In un contesto instabile, questa non è una qualità accessoria: è un vantaggio competitivo.
Eppure molte aziende continuano a comportarsi come se fosse un problema.
Si parla di “ringiovanire” i team come se fosse una strategia in sé. Si sostituisce competenza con costo più basso, profondità con entusiasmo, memoria organizzativa con velocità apparente. Il risultato? Strutture che sembrano dinamiche ma che, alla prima difficoltà reale, mostrano tutta la loro fragilità.
Oggi questo limite è amplificato da un altro fenomeno: l’uso crescente dell’intelligenza artificiale senza una reale capacità di valutazione. Strumenti potentissimi vengono utilizzati per accelerare decisioni e contenuti, ma senza l’esperienza necessaria a riconoscere quando ciò che viene prodotto è incompleto, superficiale o semplicemente sbagliato. La velocità aumenta, ma la qualità non segue automaticamente.
Non è una questione anagrafica. È una questione di equilibrio che oggi non esiste più.
Le organizzazioni che funzionano non sono quelle che scelgono tra giovani ed esperti. Sono quelle che sanno mettere in tensione queste due dimensioni. Dove questo non accade, si creano illusioni: aziende velocissime nel cambiare direzione, ma incapaci di capire perché lo stanno facendo.
C’è poi un punto che molti evitano: gestire persone con esperienza è più difficile. Richiede leadership vera. Non basta assegnare obiettivi o replicare modelli standard. Serve credibilità, capacità di confronto, disponibilità ad ascoltare chi ha qualcosa da dire.
Molto più semplice circondarsi di profili meno strutturati.
Ma è una scorciatoia che si paga.
Un’organizzazione che non valorizza l’esperienza è un’organizzazione che rinuncia volontariamente a una parte della propria intelligenza. E in un mercato complesso, rinunciare all’intelligenza non è mai una buona idea.
C’è anche un altro equivoco da smontare: pensare che chi ha esperienza abbia smesso di imparare. Spesso è vero il contrario. Chi ha già attraversato più cicli è in grado di distinguere meglio tra ciò che è rilevante e ciò che è rumore. Se messo nelle condizioni giuste, continua a evolvere—con più lucidità di molti altri.
Il punto non è proteggere i “senior”. Il punto è smettere di fare scelte organizzative basate su mode.
Perché mentre tutti inseguono la velocità, pochi stanno investendo sulla capacità di non sbagliare direzione.
E questa, nella maggior parte dei casi, non arriva dall’entusiasmo. Arriva dall’esperienza.
Ignorarla non è un errore culturale. È una scelta. E quasi sempre è quella sbagliata.