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Giuridico

Benessere

Curare con gli algoritmi: la sfida giuridica dell’intelligenza artificiale in medicina

Autore:

Sara Azzini

L’intelligenza artificiale applicata alla medicina è uno dei temi più discussi degli ultimi anni, spesso raccontato attraverso contrapposizioni semplicistiche: da un lato l’entusiasmo per una tecnologia capace di rivoluzionare diagnosi e cure, dall’altro il timore di un sistema freddo e impersonale destinato a sostituire il medico. Nella realtà, entrambe le letture sono riduttive e rischiano di nascondere la complessità del fenomeno.

L’intelligenza artificiale non è né “buona” né “cattiva”: l’intelligenza artificiale è uno strumento. Come accaduto con internet, il suo impatto dipende dall’uso che se ne fa, dalle regole che la governano e dalla capacità degli esseri umani di integrarla nei processi esistenti. In ambito sanitario, questa integrazione è particolarmente delicata perché coinvolge diritti fondamentali come la salute, la dignità e la privacy delle persone.

Le applicazioni sono già oggi numerose: sistemi che supportano la lettura di esami radiologici, algoritmi che aiutano nella diagnosi precoce delle patologie, tecnologie per la riabilitazione o per la gestione dei dati clinici. Tuttavia, proprio perché questi strumenti incidono direttamente sulle decisioni mediche, generano comprensibili preoccupazioni. I pazienti temono errori delle macchine, perdita del rapporto umano e uso improprio dei dati personali; i professionisti sanitari, invece, si interrogano sul proprio ruolo, sulle responsabilità legali e sull’impatto organizzativo.

Per rispondere a queste paure, l’Unione Europea ha costruito un sistema normativo articolato e particolarmente rigoroso: un intreccio di regole che comprendono, tra le altre, la disciplina sui dispositivi medici, il regolamento sulle macchine, la normativa sulla protezione dei dati personali e, appunto, l’Artificial Intelligence Act

Questo quadro normativo ha un obiettivo chiaro: garantire che i prodotti immessi sul mercato in ambito medico siano sicuri, affidabili e rispettosi dei diritti fondamentali. Per soddisfare i requisiti normativi, gli sviluppatori devono affrontare un percorso complesso che inizia già nelle fasi iniziali di progettazione. Non si tratta solo di “far funzionare” un algoritmo, ma di dimostrarne la sicurezza, la qualità dei dati utilizzati per addestrarlo, la capacità di comprenderlo (almeno in parte) e la possibilità di controllo da parte dell’uomo.

Il cuore di questo processo è la valutazione della conformità: una serie di verifiche tecniche e documentali che aumentano di intensità in base al rischio del prodotto. In ambito sanitario, dove il rischio è spesso elevato, ciò comporta l’adozione di sistemi di gestione della qualità e del rischio estremamente sofisticati. Ogni possibile impatto sul paziente deve essere analizzato, mitigato e documentato. 

A questo si aggiunge il tema, cruciale, dei dati personali. I sistemi di intelligenza artificiale funzionano grazie a grandi quantità di dati, spesso sanitari, che sono tra i più sensibili in assoluto. Il loro utilizzo richiede basi giuridiche solide, misure di sicurezza rafforzate e, in molti casi, valutazioni di impatto specifiche. Non basta avere dati: devono essere affidabili, legittimamente utilizzabili e trattati nel rispetto dei diritti degli interessati.

Nel settore clinico, inoltre, il rispetto delle norme giuridiche si intreccia con quello dei principi etici della ricerca scientifica. Gli studi devono essere approvati dai comitati etici, i pazienti devono essere informati e consapevoli, e ogni modifica al progetto può rendere necessarie nuove valutazioni e la sostanziale modifica degli iter autorizzativi. Ciò rappresenta certamente una garanzia fondamentale per la tutela delle persone coinvolte ma, dall’altro lato, rallenta sensibilmente lo sviluppo delle applicazioni tecnologiche.

Tutto ciò solleva una questione inevitabile: un sistema di norme così rigoroso rischia di frenare l’innovazione? 

Pur non volendo essere critici, è necessario svolgere alcune riflessioni rispetto agli effetti che possono verificarsi anche in termini di appetibilità del mercato europeo. Come noto, il regolamento sull’intelligenza artificiale rappresenta un unicum nel suo genere a livello mondiale. La complessità della normativa e gli oneri (anche economici) posti in capo agli operatori del settore possono costituire un deterrente allo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale. Ciò vale sia per i produttori posti fuori dal territorio dell’Unione Europea, che potrebbero perdere interesse a commercializzare nel vecchio continente, sia per gli operatori europei, che potrebbero preferire mercati che presentino normative meno stringenti.

Ma non solo.

I maggiori costi per l’osservanza delle norme europee potrebbero limitare la capacità di sviluppo delle PMI italiane, le quali rischiano di non poter sostenere il peso economico e organizzativo di adeguamento dei prodotti di intelligenza artificiale alle norme, con il conseguente impoverimento del tessuto economico del nostro Paese. 

E per i cittadini? 

È indubbio che un buon sistema di intelligenza artificiale a supporto della decisione medica costituisca un beneficio per il paziente. La riduzione di sistemi di intelligenza artificiale disponibili sul mercato sanitario europeo inciderebbe in maniera diretta sul paziente, che potrebbe vedersi negate diagnosi più tempestive e cure più efficaci risultanti dell’intreccio tra le competenze umane e quelle dell’intelligenza artificiale.

La discussione è certamente complessa. La risposta sta nell’individuazione di un equilibrio tale da garantire la tutela dei diritti individuali, compreso quello alla salute.