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Libero Pensiero
Il tempo è il primo nemico della continuità aziendale

Autore:
Michele Canditone


C’è un momento nella vita di ogni imprenditore che nessun bilancio evidenzia e nessun consulente può affrontare al suo posto. È il momento in cui bisogna decidere se l’azienda continuerà a vivere anche senza di lui.
La continuità aziendale non è un atto notarile. Non è una firma. Non è nemmeno il semplice trasferimento delle quote societarie. È un percorso umano, probabilmente il più difficile che un imprenditore sia chiamato ad affrontare.
Perché significa, prima di tutto, accettare una verità che nessuno ama guardare negli occhi: il tempo passa. E con lui cambiano i mercati, le tecnologie, le persone e perfino il modo di fare impresa.
Eppure, nella maggior parte dei casi, accade il contrario.
Prima il figlio deve diplomarsi. Poi laurearsi, perché quel titolo rappresenta anche il riscatto del padre che magari non ha avuto la possibilità di studiare. Poi arriva il master. Poi uno stage, possibilmente presso un imprenditore amico, così “si fa le ossa”. Ogni passaggio sembra ragionevole, quasi doveroso.
La verità, però, è spesso un’altra.
Molti imprenditori rimandano. Rimandano perché quell’azienda è diventata un altro figlio. Perché lasciarne anche solo una parte significa rinunciare a una porzione della propria identità. È un gesto difficile, quasi doloroso. E qualche volta entrano in gioco anche equilibri personali che rendono ancora più complicato aprire davvero le porte dell’impresa.
Ma il tempo non aspetta.
Arriva il giorno in cui, a cena, qualcuno pone la domanda che per anni è stata evitata:
“Adesso basta. Quando entra in azienda?”
Da quel momento tutto accelera.
Il figlio, che ormai figlio non è più, entra con aspettative enormi. Ha studiato, si è preparato, ha fatto esperienza. Spesso riceve subito un ruolo importante perché, in fondo, sarà lui il futuro proprietario.
Ed è proprio lì che iniziano le incomprensioni.
Il padre vorrebbe vedere in pochi mesi il professionista che lui è diventato dopo quarant’anni di errori, sacrifici e intuizioni. Il figlio, invece, prova a spiegare che il mercato è cambiato, che le strategie devono evolversi, che il mondo corre con una velocità diversa.
Entrambi hanno ragione.
Ed entrambi, spesso, hanno torto.
Perché il padre pretende risultati senza concedere il tempo necessario per crescere. Il figlio, a sua volta, rischia di sottovalutare il valore dell’esperienza pensando che bastino strumenti nuovi per affrontare problemi antichi.
Due generazioni parlano la stessa lingua, ma non riescono ad ascoltarsi.
La continuità aziendale avrebbe dovuto iniziare molti anni prima. Quando il ragazzo era curioso di capire cosa facesse il padre. Quando avrebbe potuto entrare gradualmente, senza il peso di dover dimostrare tutto e subito. Quando anche il padre avrebbe avuto il tempo di insegnare, osservare, correggere e, soprattutto, imparare a lasciare spazio.
C’è poi una domanda che troppo spesso nessuno ha il coraggio di fare.
E se quel figlio non volesse fare l’imprenditore?
E se volesse essere un artista, un medico, un insegnante o costruire una vita completamente diversa?
Non esiste passaggio generazionale quando manca la volontà di raccogliere quel testimone.
E c’è un altro errore che vedo ripetersi troppo spesso.
Pensare che un figlio debba diventare la copia del padre.
Non è così.

Un figlio non è chiamato a replicare chi lo ha preceduto. È chiamato a raccoglierne i valori, il senso del lavoro, il rispetto per le persone e il coraggio delle decisioni. Il resto deve appartenere alla sua generazione. Se pretendiamo un clone, costruiremo soltanto delusione. Se formiamo un successore, costruiremo il futuro.
In oltre trent’anni di attività professionale ho visto aziende straordinarie essere vendute, ridimensionate o addirittura scomparire non per mancanza di clienti o di fatturato, ma perché nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare per tempo questo tema.
Ho visto figli costretti a raccogliere un testimone che non desideravano. Ho visto imprenditori pretendere risultati immediati da chi non aveva mai avuto il tempo di crescere davvero. E ho visto aziende perdere valore semplicemente perché il dialogo tra due generazioni era iniziato troppo tardi.
Quando poi si aggiungono incapacità, presunzione o l’illusione che basti un cognome per guidare un’impresa, il finale è quasi sempre lo stesso.
A quel punto è inutile cercare un colpevole.
La responsabilità, nella maggior parte dei casi, è di chi ha pensato che il tempo fosse infinito e che il passaggio generazionale potesse essere affrontato all’ultimo momento.
La continuità aziendale non si costruisce quando il fondatore è stanco.
Si costruisce quando è ancora forte abbastanza da insegnare e abbastanza lungimirante da lasciare spazio.
Perché la continuità aziendale non è il passaggio delle quote.
È il passaggio della visione.
Le quote si firmano davanti a un notaio.
La visione si costruisce negli anni, insieme.